Contemplare

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Tre brevi storie pasquali per te

DISCLAIMER: Questo sito offre esclusivamente informazioni a scopo informativo e didattico. Tali informazioni NON sostituiscono il parere di un medico o specialista, né devono essere intesi a scopo terapeutico. Questo sito NON si occupa di medicina, la quale può essere qui trattata esclusivamente in ambito giornalistico e/o filosofico.

Stare nel luogo migliore da cui le cose si lasciano vedere

Yehi!

Vorrei condividere con te qualcosa di bello, rispolverando i miei studi in filosofia.

Devi sapere che contemplare viene da cum-templum.
Il templum non era il tempio come lo intendiamo noi, cioè un edificio con le colonne e i turisti. Il templum era lo spazio che l'augure (sacerdote romano) ritagliava nel cielo con il suo bastone un po' a chiocciola, il lituus, per osservare il volo degli uccelli così da intuire la sorte. Uno spazio delimitato dentro il quale guardare. Con-templare significa stare dentro quello spazio. Non guardare qualcosa, ma stare nel luogo migliore da cui le cose si lasciano vedere.

La Pasqua in ogni sua forma, se la si prende sul serio, è esattamente questo. Non è una cosa da guardare. È un luogo da cui guardare. Non è il contenuto, è la posizione.

Le tre storie che seguono sono il lituus. Come ogni buona contemplazione, si limitano a ritagliare uno spazio.
Il resto, se lo desideri, spetta a te.

Se vuoi, permetti che quello che deve manifestarsi, accada.

Semplicemente.
Buon istante

Michele Blum


Il vecchio di Gerusalemme

C'era un anziano falegname che viveva a pochi passi dal Golgota. Il giorno della crocifissione, tutta Gerusalemme correva verso la collina. I vicini bussavano alle porte, i bambini si arrampicavano sui tetti per vedere.

L'anziano restò al suo banco, immerso nel suo lavoro. Continuò a piallare un pezzo di cedro.

Un vicino, agitato, si fermò sulla soglia: "Non vieni? Stanno crocifiggendo il Nazareno, quello che dicono sia il figlio di Dio."

Il vecchio non alzò lo sguardo dal legno. "Se è davvero il figlio di Dio, non ha bisogno che io vada a guardare."

Il vicino scosse la testa e corse via.

Tre giorni dopo, lo stesso vicino tornò. Stavolta era bianco in viso. "La tomba è vuota. I suoi seguaci dicono che è risorto. È risorto davvero."

Il falegname finalmente posò lo scalpello senza scomporsi. Si asciugò il sudore e lo guardò. Sorrise.

"Ogni mattina pianto un seme nell'orto. Non vado a scavare il giorno dopo per controllare se funziona."

Il vicino restò lì, sulla soglia, senza sapere cosa dire. E per la prima volta in tre giorni, smise di correre.


Il mercante e il fiume

Un mercante arrivò in un villaggio con il suo carro pieno di stoffe pregiate. Sete, lini, broccati. Aveva viaggiato per settimane. Ma il ponte sul fiume era crollato.

Si sedette sulla riva e cominciò a imprecare. Un pescatore che stava lì con la lenza in acqua lo guardò e disse: "Il guado è duecento passi più a valle. L'acqua arriva alla vita, ma si passa."

Il mercante scosse la testa. "Impossibile. Le stoffe si rovinano. Valgono una fortuna, ieri hanno persino tentato di derubarmi. Devo aspettare che ricostruiscano il ponte."

Il pescatore si strinse nelle spalle. "Come vuoi."

Passò un giorno. Due. Una settimana. Il mercante dormiva sul carro, sorvegliava le stoffe per timore che qualcuno gliele potesse sottrarre di nascosto, le copriva quando pioveva, le scopriva quando c'era il sole. Ogni mattina andava a controllare il ponte. Niente.

Dopo un mese, il pescatore lo trovò seduto sulla riva con lo sguardo magro e vuoto. Le stoffe avevano preso umidità. Alcune erano ammuffite. Il viaggio non aveva più senso.

"Adesso posso attraversare," singhiozzò il mercante. "Non ho più niente da proteggere."

Il pescatore tirò su la lenza, lo guardò e disse: "Potevi attraversare un mese fa con le stoffe bagnate e qualcosa da vendere. Oppure adesso, senza niente. Il fiume era lo stesso. L'unica differenza era cosa eri disposto a perdere."

Il mercante attraversò il guado quel pomeriggio. Era a mani vuote. Eppure, un raggio lo attraversò: per la prima volta in anni, camminava senza doversi guardare le spalle.


La donna e le uova

Maria faceva le uova di Pasqua più belle del villaggio. Le dipingeva una per una con colori che sembravano vivi: blu cobalto, rosso melograno, oro. Le donne del paese venivano a guardarle e dicevano: "Maria, le tue uova sono opere d'arte."

Lei sorrideva, le disponeva sul tavolo, e aspettava la mattina di Pasqua per regalarle ai bambini.

Quell'anno, suo figlio Tommaso, cinque anni, si svegliò prima di lei. Quando Maria scese in cucina, trovò tutte le uova rotte. Gusci colorati ovunque, tuorlo sul tavolo, sulle mani di Tommaso, sul pavimento.

"Cosa hai fatto?!"

Il bambino la guardò con quegli occhi che solo i bambini di cinque anni hanno, completamente seri: "Mamma, volevo vedere se erano colorate anche dentro."

Maria si sedette in mezzo ai gusci rotti. Tommaso le porse un pezzo di guscio blu, tutto appiccicoso. "Mamma, non vorrei deluderti, ma dentro sono tutte uguali."

Sorprendendosi da sola, Maria scoppiò a ridere.

Quell'anno le uova di Maria non furono le più belle del villaggio. Ma furono le prime che fece insieme a Tommaso, senza preoccuparsi di come venivano fuori.


Buona Pasqua, da YEHI.

Quella in cui qualche uovo si rompe, e scopri che andava bene anche così.


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